Stemma di Andrew
Inquartato: nel primo e nel quarto di nero all'albero sradicato d'argento; nel secondo e nel terzo di verde.

Non immaginavo certo che quella notte maledetta del 12 ottobre 1405 sarebbe stato l’inizio. L’inizio della mia vita errabonda, viandante tra i viandanti in giro per l’Europa, spronato dalla voglia di vendetta…ma al tempo, lasciate che vi racconti la mia storia.

Mi chiamo Andrew, e sono nato a Galway nel 1390, in una ricca casa vicino alla baia. Mi fu dato questo nome in virtù di certi favoleggiati antenati scozzesi, che stando a mio nonno giunsero sulle coste della verde Irlanda molte generazioni addietro per stabilirsi prima a Cork, poi a Galway dove diedero origine alla mia schiatta, mischiandosi con donne del posto…cosa ci fosse di vero nessuno l’ha mai potuto stabilire con assoluta certezza, mio nonno è sempre stato un uomo particolare: in paese ne avevano paura e rispetto, si diceva che facesse crescere le piante, parlasse con gli animali e sapesse leggere il futuro nei lampi e nelle onde. Sapeva guarire, però, e questo non è leggenda ma comprovata verità: venivano da tutta l’Irlanda per chiedergli cure, e nella nostra casa avita aveva un laboratorio di erbe e spezie dove a nessuno era permesso entrare. Lo vidi spesso trafficare con foglie secche, strani liquidi, pestelli e bacinelle di rame appese sopra ceri dallo strano colore scuro, parlottando tra sé e sé. Da quella stanza proveniva spesso una puzza intollerabile, mentre altre volte dai suoi strani riti scaturivano profumi celestiali, che si diffondevano oltre il confine della nostra proprietà e che diventavano oggetto di leggende presso gli abitanti della città: “…oggi il vecchio Shaun è di buon umore!”, si dicevano tra loro sorridendo, immaginando che stando così le cose, “il vecchio Shaun” almeno per qualche tempo non avrebbe scatenato cataclismi o fatto seccare i raccolti o chissà che altro, come se fosse mai stato nelle sue intenzioni. Tra loro lo chiamavano con un nome che solo successivamente imparai a comprendere; un nome sussurrato, appena accennato, un nome che le loro coscienze di buoni cristiani avrebbero voluto non dover pronunciare con quel rispetto, ma che il loro sangue irlandese ancora stimava più di quanto la Chiesa avrebbe tollerato: Druido.

La mia infanzia trascorse tra il sano, robusto pragmatismo mercantile di mio padre, l’affetto un po’ permissivo di mia madre, le strane parole d’insegnamento di mio nonno…e la natura della mia verde isola. “Il vecchio Shaun” ne era assai felice, diceva che imparavo bene e in fretta e che presto mi sarebbe venuto naturale mettermi sulla sua stessa strada, senza bisogno di insegnamenti. Mio padre non ne era troppo felice, invece, visto che così trascuravo i miei doveri di erede unico della fortuna di famiglia: da tre generazioni commerciavamo in vino dalla Francia e dall’Italia, e qui è un bene prezioso adatto alle tavole dei ricchi dato che in Irlanda la vite non cresce. Io avevo già sviluppata una certa propensione ad appassionarmi tanto al vino, quanto all’ippocrasso che ne derivava, quanto all’idromele tanto amato da mio nonno, e presto mi ritrovai a trafficare con mio padre sui composti di spezie per la maturazione di un buon ippocrasso; e con mio nonno nei suoi giri per i boschi a cercare la fonte giusta, il miele giusto, la notte giusta per quella bevanda così semplice e così complessa che è l’idromele. In ambo i casi ottenendo ottimi risultati.
Una vita agiata e senza pensieri, la mia…una vita in cui mai mi sarei sognato di dover impugnare una spada.

La notte del 5 ottobre 1405 bussarono alla nostra porta alcuni concittadini. Recavano un uomo, dall’aspetto forestiero, sporco di sangue e fango, svenuto e in condizioni disperate. Dicevano di averlo trovato sotto la carcassa del suo stesso cavallo in una scarpatella a lato di una strada, a poche miglia da Galway. Malgrado l’aspetto miserabile e frusto, però, aveva abbigliamento ricercato, una bella spada ancora al fianco, e alcune parti d’armatura ancora indosso. I miei non ebbero dubbi, senza chiedersi chi fosse lo accolsero in casa, gli diedero un letto, lo lavarono e gli bendarono le ferite. Non ascoltarono la voce di mio nonno, che al solo vederlo rabbrividì, rifiutò le sue cure e suggerì di “lasciare alla Morte chi porta la Morte”.Andrew of Galway
Il forestiero si rimise anche troppo velocemente, con le sostanziose vivande di mia madre e il buon vino forte di mio padre. Parlava poco, e se lo faceva era per vantarsi o per esprimere disprezzo e supponenza, quasi che le cure gli fossero dovute per obbligo di casta. Di quel poco che ci disse di sé, quel che m’interessa oggi è il nome: Mordred MontDragon, di York. Il giorno 12 mio nonno era inquieto…mi prese con sé per portarmi, per la prima volta, a consultare insieme i fulmini della tempesta che stava avvicinandosi. Il verdetto fu lungo…troppo lungo. E fu verdetto di morte. Quando infine l’ebbe, sembrò ritrovare il vigore dei suoi vent’anni mentre correva a rotta di collo per i sentieri bui della scogliera verso la nostra casa, lasciandomi quasi indietro…

Pare fosse sorta una discussione circa il diritto della Corona inglese di allungare gl’artigli sull’Irlanda. Pare che mio padre abbia risposto per le rime alla boria dell’inglese…così ci disse l’unica servetta scampata, mentre narrava di come balenasse la spada di quel cane alla luce delle candele, in casa di gente inerme che l’aveva ospitato e curato.

Quella notte finì la mia infanzia. Nella stanza sporca di sangue prima, e nella foresta dove mio nonno, il “vecchio Shaun”, mi fece giurare vendetta, quella stessa notte. Pochi giorni dopo mi misi in viaggio. Avevo molti soldi con me, coi quali riuscii a comprare informazioni, passaggi, alloggio, tutto ciò che potesse farmi giungere preparato all’incontro fatale. Viaggiai molto: in Inghilterra prima, in Cornovaglia alla corte di Sir William di Lancaster dove tentai di ottenere appoggio e informazioni da quella casata avversa agli York; ma non ero avvezzo alle trame del potere, e Sir William, pur senza farmi mancar appoggio e ospitalità, era un politicante troppo abile e troppo aduso all’intrigo, e non ottenni altro suggerimento che quello di cercare il mio nemico sul continente. Così vi giunsi, e lo girai in lungo e in largo…apprendendo lungo la strada anche a battermi, io figlio di un commerciante di vini e nipote di un druido mezzo pazzo, per necessità tramutato in rozzo guerriero. Cercai anche chi potesse insegnarmi a smussare questa mia rozzezza, ebbi molti maestri, tra cui ricordo il più duro e il più efficace di tutti, quell’Eberhardt di Norenberga che incontrai sulla strada per il Tirolo, ove era diretto assieme alla sua compagnia di ventura: e che a suon di lividi, insulti e ossa rotte mi insegnò l’importanza di una valutazione corretta, senza timore e senza supponenza, dell’avversario.

Giunsi in Italia da solo dopo essermi distaccato dalla compagnia dell’Alemanno, e girai per le splendide corti di questa terra. Le mie ricette per l’ippocrasso mi aprirono parecchie porte e sciolsero parecchie favelle…e a Torrechiara venni a conoscenza di un torneo nelle terre piacentine, cui avrebbe partecipato un inglese il cui simbolo era il Drago, cui si riferivano col nome di Morèdremo di Monte Dragone. Sono passati anni. Anni, da quel giorno di ottobre…anni a ricordare a me stesso il motivo della mia ricerca, anni a fomentare ogni notte il mio odio.

Ti ho trovato, finalmente, Mordred di York. La vendetta ora mi attende… per restituire alla Morte chi porta la Morte.