

Sono Ashlar, Ashlar del Merrick. “Del” Merrick, non “di” Merrick. Il posto da cui provengo non è un paese, non è un villaggio e nemmeno una regione…è un monte. Domina la zona delle Southern Uplands occidentali, nella mia terra: la Scozia, rude, nobile, coraggiosa e dura come la gente che vi abita. Vengo dal Merrick…vengo da dove mi hanno trovato, bambino di forse due anni, mentre con gli occhi gonfi di paura mi aggiravo per la brughiera. Nessuno ha mai saputo dire donde venissi, di chi fossi figlio, nemmeno a quale clan appartenessi. Ma fu una donna dei Dubhghlas a trovarmi, mentre tornava alle proprie terre dopo un viaggio. Mi prese con sé, ne ebbi la casata, e crebbi nella sua casa….che era la dimora principale del Clan.
William Dubhghlas era da poco morto in battaglia, non c’era un successore, nella casata regnava il caos, e per evitare altre complicazioni dovetti seguire la sorte, piuttosto comune, di un orfano: finii in convento dopo un anno presso la dimora, prima come orfano, poi come converso. Per quattordici anni la mia vita non fu altro che lavoro, preghiera, e studio. Studio, soprattutto: divenni il miglior scriba della regione, imparai a far di conto, e finii col ritrovarmi contabile nello stesso luogo da cui provenivo, il maniero dei Dubhghlas. Monaco amanuense e contabile…fino al giorno della congiura che doveva portare alla guida del clan un lontano cugino. Che pensò di aprirsi la via alla successione massacrando tutto il parentado presente nel castello, aiutato dai suoi seguaci. Forse fu in quel preciso momento che i miei dubbi circa la strada che avrei seguito si chiarirono. Forse fu quando presi in mano una lama che le mie perplessità sulla forza della mia vocazione si risolsero. E forse fu affondando la daga in cinque uomini, compreso l’usurpatore, che capii e tutti capirono che la vita ecclesiastica sarebbe finita presto, per me.
Il capo del Clan spinse affinché rinunciassi ai voti, e appena ciò
accadde mi avviò alla carriera militare. Al seguito suo e dei suoi
uomini mi ritrovai a combattere numerose scaramucce contro piccoli distaccamenti
dell’esercito inglese lungo i confini, regolamenti di conti, e faide
tra clan soprattutto. Si sa, noi Scozzesi siamo testardi e rissosi anche
tra noi. Poi, in veste diplomatica, mi mandarono a Londra, dal grande Re
dei nostri eterni nemici, nel tentativo di metter fine ai continui piccoli
attacchi che dal sud
continuavano a giungere nella mia terra. Trascorsi a Londra cinque anni,
lunghi, difficili, terribili…il Re mi stimava, tanto che mi nominò
Protettore della Marca del Nord, ma i baroni e i nobili di corte odiavano
i miei modi schietti e il mio puntiglio nell’essere sempre sincero:
in fondo, i lunghi anni di convento avevano ucciso la mia vocazione, non
la mia fede né tanto meno gli insegnamenti etici che vi appresi.
I cinque anni a Londra furono costellati di tentativi di omicidio, avvelenamenti (uno dei quali quasi mi uccise), duelli, odio e invidie. Divenni caro a Sua Maestà, e alla fine di tutto ottenni dai luogotenenti inglesi nel nord un controllo più stretto sulle incursioni in terra di Scozia. Ma ogni volta che una testa di nobile cadeva per scontare un agguato, ogni volta che una nobildonna cercava i miei favori, ogni volta che in duello un conte o un barone moriva sulla mia spada, l’odio della corte verso di me cresceva. Nel 1411 Henry IV mi prese a parte e mi spiegò che la mia situazione a corte non era più gestibile, che lui aveva tutti i nobili contro, che il progredire delle sue malattie gli toglieva lucidità e che essendo visto da molti come un usurpatore aveva già molto da fare per sedare la miriade di piccole rivolte che nascevano in continuazione nel suo regno. Pertanto mi diede una cospicua somma in monete d’oro, e nottetempo, come un ladro, lasciai Londra per tornare alfine a casa. Ero emozionato, sapevo che mi avrebbero accolto con feste e gratitudine per il lavoro svolto. Sbagliavo. Il giorno stesso del mio arrivo al maniero dei Dubhghlas mi fu negato l’ingresso, negato un pasto caldo, e ogni locanda del paese mi rifiutò asilo. Cinque anni a Londra, scoprii in seguito, e l’amicizia di Henry mi avevano reso agli occhi della mia stessa gente un traditore! Io, che avevo fatto cessare le incursioni inglesi! Che per amore della mia Patria avevo dormito per tutto quel tempo con un occhio aperto! Proprio io…
Mi imbarcai per la Terrasanta tre giorni dopo. Volevo andare lontano e scordare l’ingiustizia, combattere per la mia Fede, e qualora fossi sopravvissuto sarei tornato a reclamare il rispetto che mi spettava. Così credevo sarebbe successo…invece, a Genova, dove la nave faceva scalo, lessi un bando per entrare a far parte di una compagnia di ventura. Un fulmine a ciel sereno. La fede si difendeva meglio dove la sua quantità era minore…e un simile luogo non è Gerusalemme. Sono le corrotte, convulse, peccaminose città d’Italia, d’Europa. Ed è qui che ho scelto di battermi.
Ed è qui che mi batto.
