

Sono Eberhardt von Nurnberg. Sono nato nell’Anno del Signore 1389,
terzo figlio del Margravio di Norimberga, la più splendida città
del mondo e gemma nei domini di Sua Maestà l’Imperatore…
ma secondo la legge salica, come figlio cadetto non spettava a me l’onore
di cingere la stola e la corona di Margravio, bensì a mio fratello
Heinz …e a me il mestiere delle armi. Fin da bambino fui addestrato
alla sella, alla caccia, all’uso della spada e a vestir l’armatura;
imparai bene. Tanto bene che all’età di tredici anni un insolente
nobile di vent’anni, credendo in virtù dell’età
di potermi dileggiare (dileggiar me, il figlio del Margravio!), dovette
ricredersi sulla punta della mia spada. A mio padre toccò sedare
il putiferio che ne venne, ma non un rimprovero per me. Avevo mostrato alla
città, e alla nobiltà tedesca, la mia strada: le armi. Gli
anni che seguirono mi videro impegnato ad apprendere sotto i migliori maestri
tecniche sempre più raffinate, e a combattere sotto i migliori condottieri
e capitani di ventura per tutta l’Europa: le eterne guerre dei signorotti
italiani, chiusi nei loro palazzi senz’eguali mentre i villici e i
bifolchi, improvvisatisi soldati, si fanno massacrare a centinaia sulle
lame di due o tre guerrieri veri; gli assalti e le razzie lungo il confine
di Franza a regolare i conti con quella dinastia tronfia e dedita ai vizi,
signora e padrona di squallidi villaggi di fango e sterpi; freddi inverni
sui monti degl’Elvezi, per assoggettare una volta per tutte le velleità
di autonomia dei montanari di quelle parti; e sempre, in centinaia di vite
che ho tolto e ho visto togliere, mi sono compiaciuto della mia fortuna:
essere ben pagato, ben nutrito, riverito come nobile, stimato dai pari,
tutto per fare ciò che avrei comunque fatto: combattere. Uccidere
l’avversario. Vedere il suo impegno mentre si avvicina a me e alla
propria fine. E non mi riferisco ai mentecatti che qualche castellano squattrinato
arruola togliendoli ai campi e alle stalle, figurandoseli adatti a reggere
una lancia…no, mi riferisco a quegli occhi decisi e presuntuosi di
chi ha passato mille battaglie e sa, o crede di sapere, che questa è
solo una delle tante. Che magari nemmeno si è confessato, certo di
avere l’incontro col Creatore ancora lontano. Quegli occhi nei quali
la decisione e la presunzione lasciano spazio all’incredulità,
mentre io li spengo. Ed è alla ricerca di questo che entrai a far
parte dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Terrore delle fredde terre
settentrionali,
dominavano con pugno di ferro lande strappate alla barbarie e al caos. Ed
è nei ranghi di costoro, pari tra i pari, che mi spostai verso est
e verso quella che doveva essere una dura lezione da infliggere. I Polacchi
e i Lituani si erano fatti troppo irriverenti, troppo altezzosi, era necessario
ristabilire chi fosse il forte e chi il debole. Ma a Tannenberg nel 1410
fu la nostra presunzione a uscirne punita. Ero partito convinto di dover
affrontare orde di bifolchi, gente senza nessuna dignità, slavi ignoranti
e incapaci di formare un esercito ordinato…mi trovai innanzi un’armata
ben equipaggiata, soldati coraggiosi, comandanti capaci e cavallereschi.
Fu una sconfitta terribile. Il Gran Maestro cadde, assieme a quasi tutti
i migliori tra noi, assieme alla gran parte dei più temibili guerrieri
del mondo. L’Ordine ne ebbe un colpo mortale. Io fui catturato da
un nobile lituano, che mi ospitò con molto decoro e molti onori presso
il suo maniero sulle rive del Baltico. Qui feci da maestro d’arme
ai suoi due figli maschi, insegnai a lui la mia lingua e appresi la sua,
e confrontai la mia cultura con quella di coloro che avevo creduto barbari
e che scoprivo nobili. Trascorsi presso la sua casa quattro anni, durante
i quali modificai le mie certezze circa i miei simili. In Lituania imparai
il rispetto per l’avversario, il gusto della conoscenza, la clemenza
per lo sconfitto e l’importanza di un nome glorioso. Tornando sui
campi di battaglia europei come luogotenente di molti valenti Capitani di
Ventura, portai con me tutti questi insegnamenti appresi presso il mio nobile
ospite lituano. Ora sono un guerriero temuto e rispettato, e presso i miei
pari vengo considerato equo e giudizioso, e so che quando infine rivedrò
Norimberga verrò accolto come un eroe.
Ma continuo a cercare l’incredulità degli sguardi che spengo.
