

Il mio nome è Łukasz z Grunwaldu. Nato a Malbork nell’A.D.
1393, primo figlio maschio della mia nobile famiglia, passai i miei primi
anni apprendendo litteræ e scienze dai migliori maestri più
che sferrando fendenti, ed imparando ad amministrare le casse e i sudditi
da mio padre Mariusz.
All’età di 8 anni, per la prima volta, seguii una battuta di
caccia e poco dopo iniziai a studiare l’uso delle armi, ma non feci
in tempo ad apprenderlo in pace…
Nell’ Anno del Signore 1406, mio zio Slawek sobillò una sommossa
interna al castello mettendolo a ferro e fuoco; fece assassinare mio padre
Mariusz, insieme a tutti i miei familiari. Io solo riuscii a scappare a
quel massacro, salvato da una serva che mi nascose per giorni finché
le acque non si chetarono, per poi darmi una spada, un fagotto, e la sua
benedizione.
Viaggiai così, per giorni, e poi per mesi senza sapere né
dove fossi, né dove andassi, finché giunsi in un luogo dove
le genti parlavano una lingua, se pur simile, non più mia.
Qui, mi imbattei in un manipolo di soldati, che mi presero con loro.
Non sapevo ancora quanto questo incontro, inizialmente tanto temuto, mi
avesse salvato la vita. Gli armigeri mi accolsero dandomi la mansione di
servo del luogotenente, János Hunyadi; il quale però oltre
a farsi ramazzar la tenda, rifocillare il cavallo e ingrassar le armi, mi
insegnò anche come usarle e come domare un destriero.
Inizialmente dal campo e poi sul campo perfezionavo la mia tecnica ed imparavo
i metodi di combattimento di quegli armigeri che guerreggiavano sotto il
vessillo del corvo.
Trascorsero anni, e da servo del luogotenente ne divenni scudiero, quindi
membro dell’esercito a tutti gli effetti, avevo imparato bene a maneggiare
una spada e a destreggiarmi in guerra... Hunyadi nutriva rispetto per me
sia come nobile vittima di un usurpatore, sia come soldato. Ma la guerra
non era comunque la mia vocazione, uccidevo e mi battevo perché mi
veniva ordinato, non per brama di gloria ed onore, e in tutta la mia vita
continuai a prediligere la bellezza dell’arte e della cultura ai rozzi
e sanguinari campi di battaglia, e questo il giovane luogotenente lo sapeva.
L’esercito si spostò verso la costa e dunque giungemmo nei
dintorni di Split. Qui, una sera Hunyadi mi fece chiamare nella sua tenda
e, testimone il frate della compagnia, improvvisamente mi nominò
cavaliere, mi diede come simbolo araldico un corvo leggermente diverso da
quello dei suoi vessilli e mi disse: ”Il tempo della cruda vita da
campo per te è giunto ed è trascorso, ti sei dimostrato valoroso
e degno dell’investitura, ora è tempo che tu conosca la pace”.
Detto ciò mi fornì di un cavallo, una piccola scorta e mi
disse di dirigermi al porto di Split, ove avrei dovuto chiedere di un certo
messer Loredan.
Quando alfine lo incontrai questi mi disse che l’amico Hunyadi mi
aveva ceduto a lui come guardia del corpo. Loredan era un Woch (un uomo
dai capelli lunghi a boccoli), come diciamo noi polacchi, ovvero un Veneziano,
patriarca di una ricchissima famiglia di mercanti, e intraprendeva quel
lungo viaggio per controllare di persona l’andamento dei suoi fondachi.

Sebbene non capii inizialmente perché un Veneziano come guardia del
corpo dovesse volere un perfetto sconosciuto, in seguito compresi che questa
mossa politica permise ad Hunyadi di avere un appoggio marittimo da parte
della Serenissima, e di contro qualora Hunyadi avesse mandato un sicario
e non una guardia del corpo, si sarebbe trovato contro la Repubblica di
Venezia.
Dunque m’imbarcai al seguito dei Veneziani...era la prima volta che
vedevo il mare, la prima volta che m’imbarcavo; le galere veneziane
erano lunghe e leggere e pareva volassero sull’acqua. Sulla nave come
unica mansione avevo quella di fare da guardia al Loredan, e lo stesso avveniva
una volta sbarcati. Il viaggio fu dapprincipio piuttosto breve: dopo aver
fatto scalo nel Peloponneso e ad Atene, il Loredan si fermò a Costantinopoli,
nel suo splendido palazzo per quasi due anni, e io con lui.
Mi sembrava incredibile che per tutti questi anni ogni buon cristiano mi
avesse insegnato che un moro ed un saraceno sono buoni solamente una volta
impalati, mentre questi Italici trattavano e commerciavano con tutti: mori,
ottomani, ebrei, chiunque avesse qualcosa da vendere o volesse comprare.
Non facevano differenza di provenienza o di credo religioso, e sembrava
che anche gli stessi mamelucchi riservassero a questi mercanti il medesimo
trattamento, non badando se fossero cristiani, atei o chi sa cosa.
Al seguito del Loredan capii come un ducato d’oro potesse accordare
tutti; in questi anni appresi molto sul commercio, riuscii ad ammirare le
bellezze della Grecia, e ad accedere ad alcuni antichi testi conservati
a Costantinopoli: infatti il Signore di cui ero al soldo amava contornarsi
di artisti e letterati sicchè io stesso potei assistere alla magnificenza
di quei magistri ascoltandoli e leggendo i loro trattati.
Ben presto mi resi conto di come i Saraceni che mi erano sempre stati dipinti
come demoni dalle sembianze umane capaci solo di distruggere, incendiare
e prodigarsi in blasfemie d’ogni sorta, fossero in realtà un
popolo nobile e ricco di cultura, degno di stima ed ammirazione, in cui
esistevano i buoni ed i cattivi, i pazzi, i giusti, i ladri e gli assassini,
tanto quanto tra le genti cristiane.
Durante questo soggiorno a Costantinopoli, trovai anche un piccolo amico,
il suo nome era Aleksandar: giullare improvvisato, si procurava da vivere
rubacchiando qua e là e compiacendo qualche signore con delle corbellerie.
Ebbi occasione di trascorrere molto tempo col piccolo ranocchio, in quanto
l’ambiente Wochòw era eccessivamente fastoso per un soldato,
di conseguenza quando i ricchi signori (il cui titolo di nobile avevano
non per diritto, ma per denaro) si riunivano, io venivo escluso e pur sapendo
che Loredan gradisse la mia compagnia, non poteva certo mostrarsi in pubblico
mio interlocutore amichevole.
Così spesso mi trovai col giullare che, di origini slave anch'egli,
poteva parlare con me liberamente la sua lingua. Lontano da casa e senza
una famiglia, era pacifico si aggrappasse alla sottana di un suo quasi compatriota.
Dapprima impassibile, col tempo anche io iniziai con l’apprezzare
le baggianate del giullare....non c'era molta scelta, in verità,
perché o le accettavo o lo infilzavo, avendo questi la lingua più
veloce di una galera veneziana!
Trascorsi due anni a Costantinopoli, quando il Loredan decise di verificare
la produttività dei suoi commerci a Gerusalemme ed in Egitto; fu
breve il tempo che trascorsi in Terra Santa e ad Alessandria , ed in capo
ad un anno le vele del leone alato volsero alla volta di Cipro, isola in
cui l’intreccio di culture era secondo solo a Bisanzio.
Correva l’anno del Signore 1417 quando le galere veneziane lasciarono
definitivamente il Levante e tornarono in patria, a Venezia.
Ivi giunti. il Loredan mi congedò, ringraziandomi per il lavoro svolto
con un lauto compenso. Trascorsi ancora un anno sotto l'ala del Leone di
San Marco, finché attratto dai racconti delle bellezze incommensurabili
presenti a Milano, ma soprattutto a Firenze, decisi di abbandonare la Serenissima
e di mettermi in viaggio, con la certezza di trovare sia artisti ed opere
di inestimabile valore, sia qualche italico signorotto pronto a guerreggiare
per un campo che secondo strani intrighi genealogici doveva spettargli di
diritto e disposto a pagarmi il soldo per unirmi alla sua causa.
Al mio seguito presi anche il giullare (memore della mia puerile disavventura
e solitudine), il quale congedato anch’egli dal Loredan una volta
giunto in patria, non aveva la più pallida idea di come vivere.
In tutti questi anni di viaggio mi resi conto di quanto l’uomo possa essere grande nelle sue opere e stolto nelle sue guerre fatte unicamente per denaro.
A Delfi, nel Peloponneso, su ciò che rimane dell’oracolo della
pizia apollinea lessi: Gnòtis autòn (conosci te stesso) ed
io credo che non si possa conoscere se stessi senza conoscere le maraviglie
che l’uomo ha creato e senza assimilare le canoscenze ch’ogni
popolo dispone.
In base a questo pensiero, se della guerra ho fatto il mio pane, della conoscenza
la mia vita.
