
Nobili signori, voi che avete discernimento e conoscete le tre parti del mondo…volete ascoltare una storia? E’ una bella storia, e non vi tedierà. E’ la storia di una fanciulla, di una nobildonna, di un’intrigante, forse di una strega. E’ la storia di Muireann, degli Ó Fearghail di Anghaile. E’ la mia storia.
Ciarán Ó Fearghail, mio padre, non si aspettava quella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre 1394, che proprio quel giorno gli nascesse una figlia coi capelli rossi come il fuoco. La mia balia diceva sempre che nacqui senza piangere, e con gli occhi spalancati. Forse per questo mio padre mi trattò sempre con una freddezza che vidi spesso sfociare in timore superstizioso: pur senza mai farmi mancare sostegno, buoni consigli e un formale amore paterno. A mia madre invece piacqui subito: forse perché mi aveva portato in grembo, o forse perché immaginava in me un carattere deciso quanto il proprio. Gli Ó Fearghail, che d’ora in poi chiamerò O’Farrell secondo il modo inglese, sono il Clan nobiliare di Anghaile, o Annaly se preferite. Mio padre ne reggeva le sorti nella difficile situazione politica, dibattendosi tra un’alleanza con un altro clan, la soppressione di una rivolta e il finanziamento di un’altra, problemi interni, parenti troppo intraprendenti, gli strascichi dell’invasione scozzese del 1315; cercando al contempo di non infastidire i governatori dell’English Pale che dalle loro roccaforti nell’est dell’isola guardavano all’Irlanda come si guarda una preda, o una prostituta. Quando mio padre Ciarán cadde da cavallo durante una sciocca battuta al cervo, parve che gli O’Farrell dovessero essere il prossimo boccone dei governatori del Pale: perse l’uso della favella, e restò paralizzato in tutto il suo lato destro. Ma i governatori non avevano fatto i conti con l’intelligenza di mia madre, col suo acume politico, e con la devozione che portava al marito e al Clan: che mantenne unito, a dispetto di tutto. A dispetto anche del mio rifiuto di andare in sposa a un certo ripugnante Lord di una casata vicina, quasi sessantenne, al quale mi aveva promesso mio padre e che avevo sempre avuto in odio, con la sua pancia da idropisiaco e quel gozzo da gotta, e senza un occhio. Diedi del gran daffare alla mia nobile madre, perché il mio rifiuto creò spaccature profonde tra gli O’Farrell e le casate vicine: non poté far altro che escludermi formalmente dalla vita pubblica (elevando il mio cupo cugino Malcom agli onori della politica, che egli aveva sempre mostrato di disprezzare), così da tranquillizzare gli animi e instillare - volutamente - in tutti i vicini il sospetto della mia pazzia. E questa decisione fu per me una fortuna. Perché a quattordici anni venni lasciata alle cure amorevoli e pressoché esclusive della mia vecchia balia: che pur abitando a corte era donna del popolo, conosceva e amava i contadini, si prodigava per i poveri, e spesso quasi di nascosto portava via in un fagotto gli avanzi dei banchetti di corte per alleviare la fame di quella gente che, imparai, alla nostra ricchezza non partecipava nemmeno un poco, pur essendo loro il merito delle nostre pance piene. Accanto a lei, divenni molto ben voluta tra la mia gente: ero la nobildonna che si sporcava le scarpette di morbida pelle nel fango delle strade cittadine, che si sedeva accanto alla vecchia balia su una panca di legno ruvido distribuendo fette di pane impregnate di sugo di carne e frutta e ortaggi, che donava pezze di lana avanzate dalla confezione dei nostri abiti. E mi rammaricavo un po’ di provare per quella gente sporca e lacera un vago senso di superiorità: li superavo in bellezza, in ricchezza, in intelligenza, in cultura e in possibilità. Mi piaceva stare in mezzo a loro come una Madonna tra gli adoranti, e non nego che dei loro sguardi estasiati mi nutrivo. Non che questo diminuisse il desiderio di far loro del bene: tuttavia più scendevo tra quelle strade luride più comprendevo che il mio lignaggio era altro e più alto. Non è vero che gli uomini sono tutti uguali…io sono una O’Farrell! Sono una nobildonna irlandese, lo sono vestita di velluto rosso e lo sono sporca di fango, sono una O’Farrell sempre! Ma quelle esperienze in mezzo alla gente comune mi diedero una nuova visione dei rapporti che dovrebbero intercorrere tra chi comanda e chi obbedisce, compresi che anche il volgo ha diritto alla felicità, e che una fetta di pane raffermo donata con un sorriso serve più di una frustata.
La mia vecchia balia non era solo esperta nelle faccende domestiche: sapeva
far partorire gli animali e le donne, e conosceva le virtù delle piante.
Tra una celia e un benevolo rimbrotto, tra una distribuzione di pane e un
consiglio, mi insegnava l’uso delle erbe. A sedici anni sapevo quali
infusi potevano alleviare le febbri, quali sgonfiavano il ventre, sapevo come
curare gli occhi malati e come fermare il sangue da una ferita. E sapevo quali
foglie e quali bacche potevano far uscire la vita dalla bocca di un uomo nel
sonno. La mia balia era nota in paese per queste abilità: invisa al
curato, che la chiamava strega, e amata dalla gente che andava da lei per
un dito marcio o per un bubbone da bucare. Standole accanto, e complici le
dicerie sulla mia pazzia, presto il sospetto di stregoneria si estese anche
alla mia persona.
Queste mie capacità non mi furono tuttavia utili quando, nel 1410, il veleno colpì. Celato nel cibo del banchetto, sciolto nell’acqua del pozzo, o mescolato forse alla farina del pane; uccise quasi tutti coloro che quel giorno si sedettero a tavola con noi. Nobiltà irlandese orgogliosa e poco accomodante, conti e duchi di Annaly e di qualche Clan vicino, fieri avversari sine armis delle mire della Corona inglese sulla nostra isola: non v’era dubbio donde venisse l’attentato. Mio cugino Malcom sopravvisse, temprato come era dalla vita da asceta che aveva sempre condotto…ma mia madre morì. Per la nostra casata fu una tragedia: nostro padre infermo, io troppo giovane e in odor di pazzia – o peggio – e Malcom troppo lontano come indole dalla voglia di far politica, estraneo a qualsiasi sottigliezza, a qualsiasi compromesso: un monaco guerriero, spada al fianco e cilicio sotto gli abiti. E ne dette subito prova, ora che le sorti della famiglia erano nelle sue mani: appena fu in grado di parlare, pochi giorni dopo l’avvelenamento, fece torturare e impiccare tutti gli ospiti inglesi presenti nel maniero, ambasciatori compresi. I loro cadaveri penzolarono per mesi dagli spalti sopra la cancellata principale, fino a quando non fu chiaro che di lì a breve quei poveri resti si sarebbero staccati da soli dalle loro infelici posizioni: solo allora consentì una sepoltura cristiana. Era evidente che i baroni inglesi del Pale non avrebbero fatto attendere la dura risposta della Corona, e infatti così avvenne. Nell’autunno del 1411 le truppe della spedizione punitiva marciarono sul nostro territorio. Malcom era un ragazzo integerrimo e cupo; era impavido, violento, e spietato. Ma non era un generale. Affrontò gli inglesi in due scontri, e seppur in superiorità numerica non riuscì ad ottenere una vittoria definitiva, subendo troppe perdite, facendo falciare la nostra cavalleria dagli arcieri gallesi e coordinando male le ondate in attacco. L’inverno ci permise di riorganizzarci, ma ormai era chiaro che non poteva essere lui a manovrare la diplomazia degli O’Farrell. Dovevo pensarci io. Divenni la sua ombra, la sua eminenza grigia, sua la firma sui salvacondotti dei messi e degli ambasciatori ma mie le decisioni circa le loro destinazioni. Mie le parole scritte su quelle lettere. Mie le scelte di alleanza e mio il temporeggiare sulla pace e sulla guerra. Iniziai ad apparire sempre più spesso al suo fianco, anche negli incontri ufficiali, sussurrandogli all’orecchio le parole più adatte per trattare saggiamente con i messi inglesi. Dovetti far fronte spesso alla sua furia: inevitabilmente mi esposi. Presto gli inglesi capirono che dietro all’improvvisa saggezza di Malcom c’era la delicata Muireann, ogni volta che una condanna all’impiccagione si trasformava in un perdono o che un tracotante ambasciatore veniva ridicolizzato. Per gli inglesi ero ormai un problema perfino più serio di quello rappresentato da mio cugino: perché si può sconfiggere un soldato, ma la parola giusta su un documento ufficiale sa sempre rivelarsi un avversario assai più temibile. E ormai, forti dell’esperienza fatta due anni prima, eravamo diffidenti e sospettosi nei confronti degli ospiti, che non avevano più il permesso di fermarsi presso di noi per la notte. Gli inglesi dovevano trovare un altro sistema per sbarazzarsi di me: ma per chi sa cercare, le soluzioni si presentano sempre.
L’arrivo di Robert Deacon di Stambridge segna l’inizio dell’ultima fase della mia vita. Quando il piccolo, sinistro domenicano giunse con la propria scorta in paese, inviato direttamente da Londra, capii subito che molte cose sarebbero cambiate. Sotto la tonsura c’era una mente lucida e fredda; e sotto quell’abito bianco e nero batteva un cuore di ghiaccio. Il cuore di un inquisitore. Ci vollero al domenicano poco più di sei mesi per stringere il cerchio attorno a me; e i roghi si accendevano sulle piazze del contado, si accendevano per contadine sorprese a ballare, per ragazze scoperte in compagnia dell’amante, si accendevano per gente esposta a delazioni di dubbia fondatezza…bastavano un paio di giorni nelle segrete del monastero per portare alla confessione dei più innominabili crimini. Nessuno resisteva, e si accoglieva il rogo di buon grado pur di mettere fine alle sofferenze. A me toccava osservare senza poter intervenire: in quanto legato papale, Deacon rispondeva esclusivamente alla Santa Sede, se lo si voleva processare; ed esclusivamente al Re d’Inghilterra, se lo si voleva corrompere. Egli raccoglieva verbali su verbali, testimonianze a dozzine: sempre cercando il modo di collegare l’eresia o, peggio, la stregoneria al mio castello. Non gli fu difficile in fondo: le mie conoscenze erano note, non posso certo biasimare chi sperava di mettere fine alle proprie sofferenze. Eppure nessuno fece espressamente il mio nome, forse per la gratitudine che il popolino portava alla loro Madonna del Pane; qualcuno disse che una strega viveva a corte, e questo fu tutto. Ma a Deacon bastava: forte del salvacondotto papale (e della dozzina di torvi veterani che lo scortavano) si presentò al maniero intenzionato a inscenare un processo per scovarla; e nei suoi lunghi ed eloquenti sguardi verso di me c’era tutta la soddisfazione di un lavoro portato a termine, c’era tutta la saliva del cane un attimo prima di azzannare la preda. Le sue fauci però non si chiusero sulla cerva che aveva inseguito, ma su una vittima assai più modesta: perché, davanti allo stupore di tutti i presenti, Eithne, la mia vecchia balia, avanzando fiera tra gli astanti si autoaccusò di ogni cosa. Sì, sono una strega, sì ho danzato col demonio, sì ho partecipato a sabba e orge, sì ho sacrificato infanti, sì sì sì a ogni più aberrante accusa, senza un ripensamento, senza un dubbio…e un solo, lungo, amorevole sguardo verso le mie lacrime mentre veniva portata via, verso le fascine già accatastate in piazza. Il domenicano schiumava di rabbia, ma doveva accettare la confessione rinunciando tanto alla tortura quanto alla preda più ambita. Per lui, era tutto da rifare, altri giri attorno alla vittima, falciando le vite che si frapponevano come se non contassero nulla: e mai come nella lettura della sentenza per Eithne ebbi modo di ascoltare il nome di Nostro Signore ripetuto tante volte, e tanto a sproposito.
Non potevo restare ad Annaly: il piccolo assassino col crocifisso in pugno sarebbe tornato presto a torturare, bruciare, accusare pur di giungere a me. Malcom, nel tempo che gli rimasi al fianco, aveva imparato se non a essere meno cupo, almeno a far politica. Si sentiva sicuro di sé ormai, un miscuglio di durezza, integrità, devozione e senso pratico. Pronto per camminare sulle sue gambe senza disseminare il proprio percorso di nemici impiccati e di soldati inchiodati dalle frecce inglesi. E comunque, in ogni caso, non c’era scelta. Nel dicembre del 1412 presi con me due servitori e una guardia del corpo di comprovata fedeltà, e partii verso la nave che mi avrebbe condotto a Londra. Mio cugino mi consegnò una parte del tesoro del casato, una cifra francamente enorme che mi sarebbe bastata per vivere di rendita per molti anni; e per la prima e unica volta in vita mia vidi sul suo volto i segni evidenti delle lacrime trattenute.
Londra è enorme, efficiente, brulicante di vita e di attività, percorsa da mercanti di Fiandra e di Germania e da banchieri fiorentini. Marinai di lingue ed aspetto alieni sbarcano di continuo da navi a remi, da navi a vela, lunghe e strette o tozze e panciute, per andare ad ubriacarsi nelle bettole, divertirsi nei postriboli, oppure ammazzarsi tra loro per un dado che rotola male o per un urto accidentale al bancone della taverna. Londra odora di fermento, di sudore, di oro e gioielli e di malattie veneree. Sa di orina di topo e di giardini in fiore, di morte e di spezie, di acqua salmastra e di ottimismo. Rispetto al paese che fino ad allora era stato il mio mondo, pareva sconfinata. Ma per me, nobile irlandese, era frustrante non poter accedere alle raffinatezze di alloggio e di cultura cui ero avvezza. Nella tana del nemico potevo sì nascondermi, mimetizzarmi, scomparire tra la folla anonima e perfino condurre una vita agiata in case calde e confortevoli. Ma il mio mondo era la Corte. Un mondo cui a Londra e, in generale, in Inghilterra, non potevo certo aspirare. Così non resistetti a lungo nella pur affascinante città, e sei mesi dopo mi trovai trasferita a Parigi, accolta da Sua Maestà in persona. Nella Corte del Re di Francia mi sentivo molto più a mio agio: la nobiltà francese aveva un’alterigia che non approvavo ma con cui sapevo trattare, e che in fondo non mi dispiaceva. Carlo VI in persona mi condusse a visitare le reliquie sparse di Carlo Magno, anche se per il resto del tempo preferii evitarlo: le voci sui suoi frequenti attacchi di follia si dimostrarono veritiere, ed ebbi modo di verificarle. Tutta la Corte le verificò, a pochi giorni dal mio arrivo, quando Sua Maestà mostrò a tutti i presenti le Reali Natiche, lamentandosi di una piaga ivi posta che non gli permetteva di sedersi comodamente! Preferivo i Marmouset, detentori delle maggiori leve di potere a Corte e sostanzialmente plenipotenziari di Francia. A Parigi trovai una Corte splendida e sfarzosa, popolata da una nobiltà altezzosa e gonfia di affascinante presunzione, così in contrasto con la città: Parigi è sporca, misera, stretta stretta attorno al Re come a volerne vivere di riflesso gli splendori; Parigi è un’unica corale elemosina, una mano tesa verso una nobiltà capace solo di sputare sulle richieste del volgo più straccione che abbia mai visto.
Però la situazione in Francia non era buona. Il giovane Enrico V d’Inghilterra aveva sorpreso tutti…questo Re che già da ragazzino si era presentato al mondo schiacciando con incredibile energia i gallesi in rivolta, coltissimo, musicista, scanzonato, aveva appena ricevuto la corona e già i nobili di Francia dissimulavano sotto lo sfarzo dei propri abiti sontuosi i sudori freddi. Enrico era evidentemente intenzionato a condurre la Francia sotto l’egemonia della Corona Inglese, e le prospettive per il mio ospite non erano buone: così incapace di regnare saldamente, col potere diviso tra i vari notabili del Regno, con le mire autonomiste della Borgogna, col conflitto interno tra duchi Borgognoni e d’Orleans e d’Armagnac, e con gli inglesi sotto il loro forte sovrano che guardavano con cupidigia alle terre d’oltremanica…Parigi non era più un buon posto dove stare. Enrico non mi avrebbe trovato a Parigi, entrando da trionfatore in città!
Mi accomiatai da un Carlo che mi squadrava come se mi vedesse per la prima volta e che sull’uscio mi chiamò mamma, e poche ore dopo salii sulla carrozza che mi condusse attraverso la campagna di Borgogna, a Lione, poi in Provenza e infine nella libera città di Marsiglia, dove mi imbarcai per la mia meta finale: l’Italia. Avevo sentito parlare perfino nella mia lontana isola dello splendore delle corti italiane, e della grandezza dei suoi artisti e letterati e architetti. Della potenza di Genova e Venezia, delle mura di Milano, degli affreschi e delle chiese di Perugia e Assisi e di come in quel mosaico di mille staterelli, ducati, contee, principati, ciascuno fosse teso a superare il proprio vicino in splendore. Approdai a Genova, e presto mi mossi verso l’entroterra alla ricerca di quelle corti di cui tanto avevo sentito parlare. Fu così che giunsi a Castr’Arquato. In questo piccolo feudo dei Farnese, arroccato su un colle a sorvegliare il fiume Arda, circondato da vigne e armenti al pascolo, Borromeo De’Borromei mi ospitò presso la sua Corte. Borromeo a quel tempo era un nobile sessantenne, con la schiena dritta e gli acciacchi di ex capitano, che si ostinava a vestire l’armatura pur se costretto ad appoggiarsi al bastone per camminare. Era illetterato ma gradevole conversatore ed amante del bello, e aveva speso molti soldi ed energie per rendere il proprio paese un piccolo gioiello nelle terre piacentine. Ostentava una giovinezza e una forza che non aveva più, così non mi stupii quando dopo pochi mesi presso di lui si decise a chiedermi in sposa. Devo ammetterlo…era ciò che mi aspettavo, e che desideravo. Il vecchio Borromei mi era simpatico, era premuroso e galante, e una moglie giovane gli avrebbe dato lustro agli occhi dei propri pari. Dal canto mio, l’interesse nei suoi confronti finiva qui: più desiderabili di lui, erano le sue terre. Terra grassa e produttiva, in attesa di una mano sapiente e lungimirante che sapesse cosa farne. Ci sposammo nel marzo del 1414, alla presenza di molti suoi blasonatissimi (e a volte invidiosi) parenti. Fu un’unione tranquilla, che lasciava a entrambi una certa libertà di movimento; e soprattutto Borromeo non mi tenne separata dall’amministrazione del contado. Il mio consiglio gli era prezioso, la mia lucidità di analisi e la mia cultura era ciò che gli era sempre mancato nelle decisioni che aveva fin lì preso. Così mentre io imparavo la lingua del mio sposo, lui imparava che un contadino con la pancia piena ha meno voglia di ribellarsi di un contadino affamato: la mia esperienza di tanti anni prima al fianco della mia amata Eithne dava ancora una volta i suoi frutti. Nelle terre farnesiane, l’eco del mondo giungeva attutita dalla distanza e dalla serenità di quelle campagne, ma giungeva lo stesso…appresi di come Enrico V d’Inghilterra, in inferiorità numerica e con un esercito stanco e affamato, avesse sbaragliato i francesi nelle campagne presso Azincourt, falciandone il fior fiore della nobiltà. A Parigi era giunta la peste, la Francia era nel caos, l’Inghilterra mai così unita e festante…tremavo all’idea di quel che avrebbe potuto fare un sovrano di tale energia e grandezza alla mia Irlanda, di quanto poco sarebbe bastato a un simile condottiero per annientare le nostre sparse truppe dopo aver portato a termine l’impresa di umiliare una potenza come la Francia; eppure non riuscivo a non provare per lui una sconfinata ammirazione.
Poco più di un anno dopo le nostre nozze, Borromeo prese parte a un banchetto durante il quale volle mostrarsi eccessivamente giovanile. Mangiò troppo, bevve troppo, la notte nel letto lamentò forti dolori allo stomaco…quando mandai a chiamare lo speziale per farmi portare le giuste erbe, era troppo tardi. Al suo arrivo, ero già vedova. Più di una voce si levò dal parentado e dai conti vicini, chi accusandomi, chi volendomi, chi difendendomi…giudicatemi come preferite, intrigante e assassina o nobile di sangue e di cuore, poco mi interessa, signori miei. Ora l’amministrazione del paese e delle sue campagne era mio esclusivo compito, e questo era ed è il mio unico interesse. Non mi ci volle molto, con le finanze di cui potevo disporre, per trasformare Castr’Arquato in un piccolo ritrovo di ingegneri, di letterati, di artisti, un’officina di innovazione e di bellezza. Feci bonificare ampie zone paludose e le assegnai alle famiglie più povere, ridussi le decime, incentivando la coltivazione della vite e la produzione del vino. Dalle nostre botti usciva un nettare che veniva esportato fino in Boemia e in Spagna, e oltre le Alpi in Elvezia, e navigando sul fiume fin presso i Dalmati di Venezia. Vennero artisti dalla Toscana e da Bologna per decorare la Pieve, architetti di Milano costruirono il portico accanto alla stessa, allargarono la piazza, lastricarono le strade del centro cittadino…la contessa irlandese venuta di così lontano era amata in Italia quanto in Irlanda, ormai: la Madonna del Pane aveva cambiato lingua e terra, ma non abitudini. E ricercava ancora come tanti anni prima, negli sguardi dei popolani, quell’ammirazione estasiata che era mancata nell’esilio inglese e francese. Volli anche mostrare ai vicini il mio operato: tornei e feste venivano organizzate regolarmente, che tutti vedessero quante e quali cose questa rossa irlandese aveva saputo ottenere in due anni di attenta amministrazione.
Il resto è storia recente…la situazione politica in questa parte d’Italia ultimamente si sta facendo turbolenta, piccoli Duchi fanno guerricciole a piccoli Conti che cercano di rendersi autonomi da piccoli Principi: a farne le spese, come di consueto, sono i contadini. Nella mia piccola città pacifica, io cerco di tenermi fuori da tutto questo. Ma si vis pacem, para bellum: la guarnigione di Castr’Arquato è piccola, inesperta, inadatta ad affrontare altro che non sia lo sconfinamento di qualche decina di soldati o una lite tra fazioni di paese. Io ora cerco chi, per soldi, per fede o per vocazione, possa e voglia mettersi al mio servizio in questo tempo incerto.
D’Inghilterra, d’Alemannia, di Spagna, di tutta Europa giungono uomini d’arme e condottieri. Tra costoro, sceglierò i più degni.
